July 31, 2010

Ad maiorem Dei gloriam


Po ponad czterech miesiącach działalności i funkcjonowania naszego portalu, przyszedł czas na małe podsumowanie tego, co udało się osiągnąć - a więc garść statystyk.


Do końca lipca portal odwiedziło grubo ponad 4.500 osób z 69 krajów świata: najwięcej z Polski i Włoch (w tym miażdżąca większość odwiedzin z samego Rzymu). Średni czas spędzony przez użytkownika w witrynie, podczas każdych odwiedzin, to 2 minuty i 30 sekund. W czasie tych czterech miesięcy wykonanych i umieszczonych zostało 57 klipów, 38 galerii zdjęć, 42 dokumenty, 9 książek lub ksiąg liturgicznych, 8 tekstów liturgicznych oraz 2 publikacje. Opublikowanych zostało także 100 artykułów (postów) na stronie głównej.

Przyszłość zapowiada się równie pracowicie. W najbliższym czasie do rąk Czytelników i Gości portalu oddane zostaną dawne ceremoniały papieskie (te najdawniejsze), jak i spora ilość publikacji omawiających liturgię Rzymu, gdzie urzęduje do dnia dzisiejszego Ojciec Święty. Oprócz tego będą oczywiście dodawane kolejne galerie, klipy, dokumenty... .

Mamy nadzieję, że ta nasza praca nie idzie na marne i przyczyni się do wzrostu chwały Bożej pośród ludzi.

S. M. Maggiani - “Coronationis Sollemnia” del Sommo Pontefice Paolo VI


Il cambiamento di ora e di luoghi per l’incoronazione di Paolo VI hanno portato a semplificare le relative sequenze rituali del processo rituale, rispetto alla “cerimonia” per l’incoronazione di Giovanni XXIII, anche se permane il senso teologico ed ecclesiologico tramandato lungo i secoli del secondo millennio. È utile, a conferma di ciò che ho affermato, confrontarsi con la descrizione del Prefetto delle Cerimonie Mons. Dante, nel frattempo ordinato Vescovo, nel suo Diario: << Domenica 30 giugno. Solenne incoronazione di Paolo VI sulla piazza di San Pietro dopo il Pontificale del Papa. Nei giorni passati avevo disposto sulla spianata di San Pietro tutto l’occorrente per formare un presbiterio e potere così celebrare la Messa. Nelle sale del Vaticano tutti i componenti il corteo papale avevano preso posto poco dopo le ore 17.30. Il Santo Padre è sceso nella Sala della Falda per assumere i sandali e i calzari, poi nella Sala dei Paramenti ha preso le vesti sacre come per andare a celebrare, ma senzo il pallio. Montato in sedia nella Sala Giulia e sequendo il corteo di più di un centinaio di Vescovi è uscito dal portone di bronzo alle ore 18 come si era stabilito. Sotto il baldacchino è passato sulla piazza accolto da irrefrenabili applausi ed è sceso davanti all’altare cominciando subito la Messa. Dopo l’Indulgentiam è salito sulla sedia gestatoria e i tre Cardinali Vescovi Tisserant, Pizzardo e Masella hanno letto le tre preghiere rituali. Poi il Card. Primo Diacono Ottaviani gli ha imposto il pallio. Dopo di che la Messa è continuata more solito del pontificale del Papa. Fungeva da Diacono ministrante il Card. Roberti. Durante la Messa è stato cantato in gregoriano il Gloria, Credo, e Sanctus da tutti i fedeli convenuti sulla piazza. Dopo l’ultimo Vangelo il Papa, tornato al trono è stato incoronato dal Card. Ottaviani. Da notare che il Papa dopo il Vangelo ha tenuto un discorso prima in latino, poi in italiano, quindi in francese, inglese e tedesco, aggiungendo poi un saluto in varie altre lingue, fra le quali il russo.

Non ostante l’ora tarda, la funzione è terminata alle ore 20.45, faceva gran caldo.

Ritornato in Vaticano nella Sala dei Paramenti il Card. Tisserant ha rivolto al Papa, in latino, gli auguri del Sacro Collegio, cui il Santo Padre ha risposto anche in latino >>.[1]

Per comprendere opportunamente l’attenzione posta alla partecipazione col canto da parte dei fedeli durante la Messa (Gloria, Credo, Sanctus), in gregoriano e l’aver attuato alcune semplificazioni come ad es. La riduzione del numero delle obbedienze prestate al Papa,[2] concentrate ma ancora assai espressive nel sottolineare il tipo di sottomissione al Pontefice; e l’aver cambiato il luogo dell’incoronazione dal balcone all’area dell’altare; va ricordato che si era conclusa, l’otto dicembre 1962, la prima sessione del Concilio Vaticano Secondo indetto da Giovanni XXIII. In questa sessione, avevano trovato eco quelle attese del Movimento Liturgico, movimento ecclesiale, durante l’esame dello Schema “de sacra Liturgia”; schema che sarà portato a maturazione alla conclusione della seconda sessione del Concilio con la promulgazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963). Le attese riquardavano soprattutto la semplificazione e la riforma del rito romano nelle sue espressioni per renderlo più comprensibile al popolo fedele e più consono al suo presente linguaggio, per usare alcune affermazioni di Paolo VI.[3]


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S. M. Maggiani, Dall’Ordo ad coronandum Summum Pontificem Romanum all’Ordo Rituum pro Ministerii Petrini initio Romæ Episcopi, [in:] Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma Benedetto XVI, Città del Vaticano 2006, pp. 156-157.



[1] Dalla cronaca riportata da L’Osservatore Romano, 1-2 luglio 1963, p. 2 si rileva che nella celebrazione è stata compiuta una sequenza rituale non descritta da Mons. Dante: <<>>. Cf. per i testi biblici ed eucologici il cit. volumetto “La cérémonie sollennelle...” in 1.1 del presente studio e la nota 10 per la sua collocazione in Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

[2] Dalla Intimatio [cf. Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Sc 0286; Acta Apostolicæ Sedis, 55 (1963) 616-617] risulta che fosse prevista solo dopo la “Confessione” e la turificazione dell’altare. Ad essa prendevano parte successivamente i Cardinali baciando il piede, la mano e il volto; i Vescovi il piede e il ginocchio; gli Abati e i Penitenzieri soltanto il piede, ugualmente i Canonici e il restante Clero Vaticano.

[3] Cf. Acta Apostolicæ Sedis, 56 (1964) 35. Per quanto concerne la semplificazione dei riti pontificali cf. A. BUGNINI, La Riforma Liturgica (1948-1975). Nuova edizione riveduta e arricchita..., Roma 1997 (Bibliotheca <<>>. <>, 30) pp. 777-793.

July 30, 2010

Abp A. J. Nowowiejski - Stolica Apostolska św. Piotra

July 29, 2010

S. M. Maggiani - “Coronationis Sollemnia” del Sommo Pontefice Giovanni XXIII


Per comprendere adeguatamente il processo rituale messo in atto il 4 novembre 1958 è necessario ricordare che il rito della incoronazione è contestualizzato nella Messa Pontificale propria quando presiede il Sommo Pontefice.

Dalla Intimatio per cursores facienda, domi dimisso exemplari, a firma di Henricus Dante, proton. Apost. cærem. præfectus, per mandato del Santo Padre, si apprende che la celebrazione si è svolta nella Basilica Vaticana, con inizio alle ore 8.30 e si è conclusa alla Loggia della Benedizione con l’incoronazione del Papa.[1] Senza ricordare tutte le elaboratissime sequenze rituali, presento, con alcune particolarità, il processo rituale della celebrazione.


PROCESSO RITUALE

DELL’INCORONAZIONE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII


  1. Processione: il Papa scende in sedia gestatoria, dalla Sala Regia all’atrio della Basilica Vaticana.
  2. Nell’atrio della Basilica: canto del Tu es Petrus, il Papa in trono, riceve l’”obbedienza” del Capitolo.
  3. Ingresso in Basilica: il Papa in sedia gestatoria, canto del Tu es Petrus, marcia trionfale del Longhi, squilli delle trombe d’argento.
  4. Adorazione del Santo Padre al Santissimo Sacramento nella relativa Cappella.
  5. Nella Cappella di San Gregorio: “obbedienza” dei Cardinali con Benedizione Apostolica.
  6. Canto dell’Ora di Terza.
  7. Processione verso l’abside della Basilica: il Santo Padre è in sedia gestatoria. Il corteo si ferma per tre volte; ad ogni sosta un cerimoniere canta “Pater Sancte, sic transit gloria mundi” e vengono bruciati dei batuffoli di stoppa all’estremità di una canna dorata e li si mostra al Papa mentre bruciano.
  8. Davanti all’altare il Santo Padre scende dalla sedia gestatoria e inizia la Messa.
  9. Dopo la Confessio e l’Indulgentiam, il Papa siede sulla sedia gestatoria, quindi tre Cardinali leggono successivamente tre orazioni Super Pontificem.[2]

Deus, qui adésse non dedignáris ubicúmque devóta mente invocáris, adèsto, quæquem ad culmen apostólicum elegisti, ubertátem supèrnæ benedictiónis infúnde, ut séntiat se tuo múnere ad hunc ápicem pervenisse.

Supplicatiónibus nostris, omnipotens Deus, efféctum consuétæ pietátis impénde et grátia Spiritus Sancti fámulum tuum perfúnde: ut qui in cápite Ecclesiárum nostræ servitútis ministério constitúitur, tuæ virtútis soliditáte roborétur.

Deus, qui Apóstolum tuum Petrum inter cǽteros Apóstolos primátum tenére voluisti, eíque univérsæ Christianitátis molem super húmeros imposuísti, réspice, quǽsumus, propítius hunc fámulum tuum Ioannem quem in thronum eiúsdem Apostolórum príncipis sublimámus: ut sicut proféctibus tantæ dignitátis augétur, ita virtútum méritis cumulétur quátenus ecclesiásticæ universitátis onus te adiuvánte digne ferat et a te, qui es beatiúdo tuórum, vicem méritam recípiat. Per Christum Dóminum nostrum. Amen.

  1. Al termine il Cardinale Primo dei Diaconi impone il Pallio al Santo Padre con una formula speciale:[3]

Accipe pállium sanctum, plenitúdinem pontificális offícii, ad honórem omnipoténtis Dei, gloriosíssimæ Vírginis Maríæ eius matris, beatórum Apostolórum Petri et Pauli, et sanctæ románæ Ecclésiæ.

  1. Dopo l’incensazione dell’altare il Papa sale al trono collocato nell’abside.
  2. Ultima obbedienza dei Cardinali e di altri dignitari ecclesiastici.
  3. Il Santo Pade legge l’Introitus (Eccl 45, 30; Ps 131, 1) e intona il canto del Gloria.
  4. Canta, quindi, la collecta della Messa “In die Coronationis”.

Deus, ómnium fidélium pastor et rector, me fámulum tuum quem pastórem Ecclésiæ tuæ præésse voluísti propítius réspice. Da mihi, quǽsumus, verbo et exémplo quibus præsum profícere, ut ad vitam, una cum grege mihi crédito, pervéniam sempitérnam.

Per Dóminum.

  1. Il Cardinale Diacono con alcuni assistenti si porta presso la Tomba dell’Apostolo Pietro e si cantano le Laudes dell’Incoronazione.[4]

Diac.: Chorus:

Exáudi, Christe, R. Dómino nostro Joanne, a Deo decréto Summo Pontífici et universáli Papæ vita.

Diac.: Chorus:

Salvátor mundi, R. Tu illum ádjuva

Sancte Míchaël, R. Tu illum ádjuva

Sancte Gábriel, R. Tu illum ádjuva

Sancte Ráphaël, R. Tu illum ádjuva

Sancte Joánnes Baptísta, R. Tu illum ádjuva

Sancte Joseph, R. Tu illum ádjuva

Sancte Petre, R. Tu illum ádjuva

Sancte Paule, R. Tu illum ádjuva

Sancte Andréa, R. Tu illum ádjuva

Sancte Jacóbe, R. Tu illum ádjuva

Sancte Stéphane, R. Tu illum ádjuva

Sancte Leo, R. Tu illum ádjuva

Sancte Gregóri, R. Tu illum ádjuva

Sancte Basíli, R. Tu illum ádjuva

Sancte Benedícte, R. Tu illum ádjuva

Sance Francísce, R. Tu illum ádjuva

Sancta Agnes, R. Tu illum ádjuva

Sancta Lúcia, R. Tu illum ádjuva

Kýrie, eléison, Kýrie, eléison

Christe, eléison, Christe, eléison,

Omnes:

Kýrie, eléison,

  1. Si canta l’Epistola (1 Pt 1, 1-7), il Graduale (Ps 106, 32.31) – Tratto (Mt 16, 18-19) e il Vangelo (Mt 16, 13-19). L’Epistola e il Vangelo sono cantate in latino e in greco.
  2. Omelia del Santo Padre.
  3. La Messa Pontificale segue come al solito.

- Ant. ad Offertorium (Mt 16, 18-19)

- Secreta

Oblátis, quǽsumus, Dómine, placáre munéribus: et me fámulum tuum, quem pastórem Ecclésiæ tuæ præésse voluísti, assídua protectíóne gubérna. Per Dóminum.

- Præfatio Apostolorum

- Communio (Mt 16, 18)

- Post communionem

Hæc nos, quǽsumus, Dómine, divíni sacraménti percéptio prótegat: et me fámulum tuum, quem pastórem Ecclésiam tuæ præésse voluísti, una cum commísio mihi grege salvet semper et múniat. Per Dóminum.

  1. Dopo la lettura dell’ultimo Vangelo, il Santo Padre, èportato in sedia gestatoria al balcone della Loggia della Benedizione.
  2. Qui ha luogo l’incoronazione.

- Canto del mottetto Corona aurea super caput eius.

- Il Cardinale Decano recita il Pater con i versetti, le relative riposte e l’Oremus.

V. Cantémus Dómino. R. Glorióse enim magnificátus est.

V.Buccináte in neoménia tuba. R. In insígni die solemnitátis vestræ.

V. Iubiláte Deo, omnis terra. R. Servíte Dómino in lætítia.

V. Dómine, exáudi oratiónem meam. R. Et clamor meus ad te véniat.

V. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo.

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, dígnitas sacerdótii et auctor regni, da grátiam fámulo tuo Ioánne Pontífici nostro, Ecclésiam tuam fructuóse regénti, ut qui tua cleméntia pater regum et rector ómnium fidélium constitúitur et coronátur, sálubri tua dispositióne cuncta bene gubernéntur.

Per Christum.

- Imposizione della Tiara[5] da parte del primo dei Cardinali Diaconi mentre dice:

Accipe tiáram tribus corónis ornátam et scias te esse patrem príncipum et regum, rectórem orbis, in terra Vicárium Salvatóris nostri Iesu Christi, cui est honor et glória in sǽcula sæculórum. Amen.

  1. Il Santo Pade imparte la Benedizione Apostolica.
  2. Processionalmente si ritorna alla Sala dei Paramenti nel Palazzo Apostolico.


Il Cardinale Decano rivolge al Santo Padre un augurio ed egli risponde ringraziando.

Il processo rituale è strutturato in due parti: la solenne Messa papale e l’Incoronazione propriamente detta è stato ritmato da canti polifonici. << style="">Communio in canto gregoriani, il “Cantate Domino” a 6 voci del Perosi; l’antifona “Corona aurea” a 6 voci del Bartolucci; il “Tu es Petrus” a 6 voci del Perosi >>.[6] Da una lettura attenta della celebrazione si evince un processo rituale assai prolisso, con una dinamica che conduce di fatto, non tanto alla Eucaristia, bensì alla seconda parte: l’incoronazione con la Tiara. Essa è il culmine delle sequenze rituali, potenziata dallo stesso luogo in cui si svolge questo rito: il balcone centrale della Basilica.

L’assemblea, grande folla, non partecipa se non con espressioni acclamatorie e di applausi. La relazione è tra un Sovrano e il popolo, piuttosto che tra il Vescovo e Pastore della Ecclesia locale e universale e il popolo santo di Dio. Il Papa è sempre attorniato da un numero impressionante di clero gerarchicamente ordinato, di ministri della celebrazione, di dignitari ecclesiastici e laici. Una vera corte attorno alla “potestas” del Sovrano. Anche dalla foto d’archivio, documentazione comunque sempre relativa rispetto all’evento, emerge la presenza del Papa da una selva di persone, variegate negli abiti cerimoniali, chiamate a ruoli diversificati, ben lontana da una nobile semplicità.[7]

I testi biblici nella loro forza semantica intrinseca attestano la missione evangelizzatrice di Pietro alle Chiese, la sua opera di confermare la fede e la speranza dei battezzati, l’elezione di essere nella sua fede “pietra” su cui il Signore edifica la Chiesa. A questi testi s’inspita l’eucologia maggiore e minore mentre i testi propri riferentesi all’incoronazione riesprimono il ministero di Pietro come “gloria mudni” pur designata come gloria che passa[8] e in una contestualizzazione sacrale si sottolinea che l’incoronazione con la Tiara a tre corone esprime la “potestas” del Papa sui principi, sui re, sul mondo, e assieme a queste realtà ricorda che è Vicario di Cristo. Non si fa alcun riferimento esplicito né a Pietro, nè alla Chiesa.[9]


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S. M. Maggiani, Dall’Ordo ad coronandum Summum Pontificem Romanum all’Ordo Rituum pro Ministerii Petrini initio Romæ Episcopi, [in:] Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma Benedetto XVI, Città del Vaticano 2006, pp. 151-155.



[1] Cf. Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Sc 0267.

[2] Per la provenienza di queste orazioni cf. SANTANTONI cit., pp. 301-302.

[3] Per la provenienza di questa formula cf. ID., pp. 195 e 299.

[4] ID., p. 299.

[5] Sulla tiara cf. A. PARAVICINI BAGLIANI, Le chiavi e la tiara. Immagini e simboli del papato medioevale, Roma 1998.

[6] Diario del Conclave di Giovanni XXIII. Parte III. cit. alla fine del resoconto del Diario, in Archivo dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Sc 0287.

[7] Cf. A riguardo la documentazione in Archivio dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, A. FATTINNANZI, Diario, II, p. 330ss.

[8] Cf. la sequenza n. 7 del Processo Rituale.

[9] Cf. la sequenza n. 20 del Processo Rituale.


July 28, 2010

Anscar J. Chupungco - History of Papal Ceremonial


Martimort traces the formation of the papal ceremonial as follows: (1) its beginnings in the twelfth century, (2) its development in the last quarter of the thirteenth century, (3) the changes brought about by the transfer of the papal court to Avignon in the fourteenth century, (4) the ceremonial in the period of the Great Schism, and finnaly (5) the period of the early Renaissance. In this last period there were two important ceremonials published. The first was the Caeremoniale romanum of Peter of Burgos, the master of ceremonies of Pope Nicholas V (1447 – 1455). The second was De caeremoniis Curiae Romanae libri tres of Agostino Patrizi Piccolomini and John Burckard, who complied their ceremonial at the request of Pope Innocent VIII (1484 – 1492) and submitted it to him in 1488. It was not published, however, until 1516, having been poorly re-worked by Cristoforo Marcello and dedicated to Leo X (1513 – 1521).

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Anscar J. Chupungco, Handbook for liturgical studies, vol. V, p. 296.

July 27, 2010

Come è mutato nel tempo l'abbigliamento papale pubblico e da udienza. Quando il Pontefice non portava la croce pettorale


di Stefano Sanchirico
Cerimoniere pontificio

Le notizie storiche circa l'uso della mozzetta e della stola pontificia riportate in un precedente articolo su "L'Osservatore Romano" del 14 luglio scorso consentono di ricavare delle costanti circa l'utilizzo dell'abito papale pubblico e da udienza.
Con una distinzione previa.
L'abito da udienza - talare, rocchetto e mozzetta - da indossarsi senza stola da parte del Papa negli appartamenti pontifici per le udienze ordinarie, non prevedeva, fino a Paolo vi l'uso della croce pettorale, che era riservata alla sola liturgia, o all'abito privato. L'abito da udienza veniva utilizzato anche per recarsi al "letto dei paramenti" per le celebrazioni nelle cappelle di palazzo, in particolare la Sistina (o la Paolina al Quirinale). Indossando tale abito senza stola il Papa non era mai preceduto dalla croce papale. Quanto, invece, all'abito pubblico con la stola, l'uso di quest'ultima era obbligatorio ogni qualvolta il Pontefice apparisse in pubblico fuori dal Palazzo Apostolico. In questo caso, era preceduto sempre dalla croce papale: esempio di ciò, forse l'unico rimasto, è la prima apparizione del Papa dalla loggia centrale della basilica Vaticana dopo l'elezione. Inoltre, l'uso di un tale abito sostituì, nel cerimoniale solenne, il manto e la mitra (o il triregno) nelle visite e nelle udienze concesse agli imperatori, ai sovrani, o a particolari personalità.
Dopo questa premessa di carattere più generale, occorre entrare nella tipologia delle mozzette e sul loro uso. Esistevano cinque tipologie di mozzetta, il cui utilizzo era regolato da norme particolarmente rigide, che riguardavano tempi, cerimonie, solennità. La prima, di raso rosso, senza ermellino con cappuccio, portata dal primo vespro dell'Ascensione alla festa di santa Caterina d'Alessandria (25 novembre), corrispondente al vestito di seta; la seconda, di velluto rosso foderato di ermellino con cappuccio, assunta dalla festa di santa Caterina e deposta al primo vespro dell'Ascensione, corrispondente al vestito di seta; la terza, di cammelloto o di saia rossa con cappuccio, foderata di seta, portata nello stesso periodo in cui si porta quella di raso rosso, ma la si indossava nelle vigilie, alle quattro tempore e nelle messe dei defunti, equivalente al cosiddetto vestito di lana; la quarta, di panno rosso, foderata di ermellino e con cappuccio, indossata nello stesso periodo di quella di velluto. Quest'ultima si adoperava, però, nei tempi penitenziali e forti: Avvento e Quaresima, con l'eccezione delle feste e solennità, in particolare dell'Immacolata, e degli anniversari dell'elezione e incoronazione del Romano Pontefice, corrispondente al cosiddetto vestito di lana. Le mozzette che corrispondono al vestiario di lana si adoperano nelle processioni e liturgie penitenziali, come la liturgia stazionale e via dicendo. Infine, la mozzetta di damasco bianco foderata di ermellino, adoperata nella settimana di Pasqua (ottava). Essa si assumeva, prima della riforma della Settimana Santa di Pio xii, la mattina del Sabato Santo, dopo quella cappella, e la si deponeva prima di pararsi per la cappella del Sabato in albis. Dopo la riforma della Settimana Santa si assumeva dopo la veglia pasquale e si deponeva dopo i secondi vespri della Domenica in albis.
La stola, come pure le scarpe e il camauro, devono corrispondere al colore della mozzetta: quindi rossa con camauro rosso e pantofole rosse quando si indossa quella rossa, stola bianca con pantofole bianche e camauro di damasco bianco, come la mozzetta, per l'ottava pasquale. Le disposizioni circa l'utilizzo della mozzetta e della stola erano di competenza del prefetto delle Cerimonie apostoliche, il quale soleva consegnare all'anticamera, all'inizio di ogni anno, una "nota dei giorni ne' quali il Sommo Pontefice userà gli abiti di seta e di lana nel corrente anno". Simile notificazione era stampata anche per il collegio cardinalizio: le ultime furono alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.
L'uso odierno dell'abito papale prevede che si indossi la mozzetta rossa con ermellino, con stola rossa (scarpe rosse), dalla festa di santa Caterina alla solennità dell'Ascensione. La mozzetta rossa, senza ermellino, sempre con stola rossa (e scarpe rosse), si adopera dalla solennità dell'Ascensione fino alla festa di santa Caterina. La mozzetta di damasco bianco con stola bianca (di norma con pantofole bianche) si usa nell'ottava di Pasqua, da dopo la veglia pasquale ai secondi vespri della Domenica in albis.
È importante sottolineare che il colore della stola e degli altri accessori è in relazione al colore della mozzetta e non già del tempo liturgico, seguendo in ciò la simbologia dei colori papali.
Effettivamente, la mozzetta e la stola non costituiscono abito liturgico in senso stretto; pertanto, non dovrebbero mai essere usate in sostituzione dei paramenti liturgici o del manto papale (piviale) per presiedere la liturgia delle Ore, per assistere a celebrazioni pontificali e dare la benedizioni urbi et orbi.
L'uso della mozzetta e della stola è d'obbligo per i Concistori una volta definiti segreti (per le nomine concistoriali, i voti delle cause dei santi) o in quelli in cui si discuteva di alcune situazioni particolari. Il Concistoro ordinario pubblico solenne per la creazione dei nuovi cardinali prevede come abito proprio il manto (piviale) con mitra. Inoltre, va aggiunto che quando vi è l'uso del trono - inteso in questo caso come cattedra liturgica - non è permesso l'uso di mozzetta e stola. Infine, qualora si intendesse conservare l'uso in particolari circostanze della talare di seta, occorrerebbe attenersi alle norme che lo regolano, che, come accennato, sono di competenza del maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.
Queste note, senza alcuna pretesa di completezza, vogliono offrire un piccolo contributo per orientarsi nella continuità, necessariamente "aggiornata", di alcuni elementi della liturgia e delle tradizioni papali, forse non primari ma che rendono visibile l'unicità e la peculiarità del ministero del successore di Pietro.

©L'Osservatore Romano - 24 luglio 2010 [vedi anche: 'Papa Ratzinger Blog']

July 26, 2010

J. W. Boguniowski - Ceremoniał papieski


W XV w. ukazała się specjalna księga przeznaczona wyłącznie dla celebracji liturgicznej biskupa rzymskiego. Treścią swą kontynuowała Ordines Romani i uzupełniała braki szczegółowych opisów ceremonii papieskich zaistniałe w pontyfikale rzymskim. Pierwsza księga, zatytułowana Liber caeremoniarum romanae Curiae[1], bazowała na Ordinarium Innocentego III (1198 – 1216) i na Ordinarium sanctae romanae Ecclesiae kardynała Jacobo Gaetano Stefaneschi (1270 – 1343)[2]. Ceremoniał ten zawiera między innymi Ordines wyboru, konsekracji i koronacji papieża, koronacji cesarza i króla, nadawanie kardynalatu oraz celebracji Mszy św. i Liturgii Godzin oraz innych obrzędów związanych z rokiem liturgicznym. W r. 1488 z polecenia Innocentego VIII ceremoniał ten został na nowo opracowany przez ceremoniarza papieskiego Agostino Patrizi Piccolomini, przy udziale Giovanniego Burchardo[3] i Paride de Crassis[4]. Dzieło to pod tytułem Caeremoniale Romanum dedykowali oni papieżowi Innocentemu VIII w r. 1488. W zamiarze autorów praca ta miałą pozostać w manuskrypcie, lecz w roku 1516 Cristoforo Marcello, arcybiskup Ancyry za zezwoleniem papieża wydał ją drukiem w Wenecji pod tytułem Rituum ecclesiasticorum sive sacrarum ceremoniarum S. S. Romanae Ecclesiae libri tres non ante impressi, Venetiis 1516[5]. Ceremoniał ten mimo sprzeciwu Paride de Crassis[6] zatwierdził papież Leon X (1513 – 1521) i uznał go za obowiązujący. Księga ta doczekała się następnych wydań w Rzymie w r. 1560 i w r. 1582[7].

s. 158.

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Konkordacja Ordines Romani[8]

Wiek:XIII

Treść: Ordo papalis per annum liturgicum

Andrieu:

Mabillon: 13[9]

Duchesne:

PL: 78, 1063 – 1102

s. 261 [APPENDIX]

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[1] Zob. F. Wasner, Caeremoniale Romanum, w: LThK2, II, 940; Pisarzak, Ceremoniał, w: EK, III, 8.

[2] Zob. H. Schmidinger, Jacobus Gaetani Stefaneschi, LThK2, V, 874 – 87.

[3] G. Burchardo był ceremoniarzem papieskim za pięciu pontyfikatów. Zob. Introduzione agli studi liturgici, pod red. E. Cattaneo, Roma 1962, 59.

[4] Zob. K. Richter, Die Ordination des Bischofs von Rom, Münster i. W. 1976, 89; Palazzo, Histoire, 240.

[5] Nie było to wydanie dosłowne tekstu ceremoniarza papieskiego, przygotowanego przez Patrizi i Burcardo, bowiem tekst drukowany zawiera warianty, luki i błędy. Zob. Introduzione agli studi liturgici, 61, przypis 64.

[6] Paride de Crassis był oburzony tą publikacją, bo jak twierdził – publikacja ta poniżyła godność dworu papieskiego w oczach świeckich i na próżno prosił Leona X o zniszczenie nakładu. Zob. M. Righetti, Manuale, I, 337 przypis 249; Introduzione agli studi liturgici, pod red. E. Cattaneo, Roma 1962, 60 – 61.

[7] Zob. K. Richter, Die Ordination des Bischofs von Rom, 90.

[8] Zob. A. Bugnini, Ordines romani, w: Ecat., XI, 245; A. Nocent, De libris liturgicis Liturgiae Romanae, Roma 1958, 123 – 124; M. Righetti, Manuale, I, Milano 31964, 333 – 334; C. Vogel, Introduction, 180 – 181.

[9] Nazwane jest także Caeremoniale Romanum editum jussu Gregorii X. Do tego rodzaju Ksiąg zalicza się trzy Ordines wydane przez J. Kösters, Qualiter, post ordinationem, cardinales vadunt ad eccesias suas; Ordo qualiter eligatur summus Pontifex S. Romanae Ecclesiae et quomodo consecretur et ad summum honorem venire debeat (obydwa Ordines znajdują się w rękopisie Ottoboni 3057, który pochodzi z XII wieku); Ordo cerimoniarum servandarum in coronatione summi Pontificis (znajduje się w piętnastowiecznym rękopisie przechowywanym w Seminarium Duchownym w Eichstätt).



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Józef Wacław Boguniowski SDS, Rozwój historyczny ksiąg liturgicznych liturgii rzymskiej do Soboru Trydenckiego i ich recepcja w Polsce, Kraków 2001.

July 25, 2010

Caeremoniale Romanum editum jussu Gregorii X


Na naszych stronach, w dziale "teksty liturgiczne" umieszczono Caeremoniale Romanum editum jussu Gregorii X oznaczone w przez J. Mabillona i M. Germaina w Museum italicum: Complectens antiquos libros rituales sanctae romanae ecclesiae. Cum commentario praevio in ordinem romanum jako Ordo Romanus z numerem XIII. Ordo ten został opracowany i wydany na polecenie papieża Grzegorza X (którego pontyfikat przypadał na lata 1271 - 1275) najprawdopodobniej w 1273 r. na Soborze Lyońskim. Ceremoniał ten zawiera m. in. opis obrzędów związanych z wyborem i ustanowieniem papieża, jak i odpowiednie wskazania na cały rok liturgiczny (stąd Ordo ten nazywa się także Ordo papalis per annum liturgicum.


Le origini dell'uso della mozzetta e della stola papale. I Pontefici in bianco e rosso


di Stefano Sanchirico
Cerimoniere pontificio

L'utilizzo della mozzetta e della stola pontificia trae la sua origine in un universo simbolico e liturgico che si andò affermando a partire dall'epoca carolingia, fino a giungere a un uso codificato e con regole abbastanza precise verso la seconda metà del 1400, con l'apporto particolarmente significativo delle innovazioni introdotte nel cerimoniale papale durante il periodo avignonese.
Per comprendere correttamente l'utilizzo della mozzetta e della stola papale occorre brevemente fare riferimento all'uso dei colori rosso e bianco per gli abiti pontificali, in particolare, nelle cerimonie legate all'elezione e all'insediamento del nuovo Papa. Non è oggetto di questo studio delineare le complesse vicende storiche che portarono il papato romano al progressivo e provvidenziale affrancamento dalla potenza bizantina e al rapporto con l'impero d'Occidente, prima franco e poi tedesco; giova solo ricordare che l'uso dei colori bianco e rosso, quali distintivi della dignità pontificia, lasciano tra l'altro scorgere quel processo di imitatio imperii del vescovo di Roma, di cui il Constitutum Constantini costituisce la giustificazione e la sanzione giuridica più evidente. Tale documento, che probabilmente è stato redatto tra la seconda metà dell'VIII secolo e la prima metà del successivo, stabilisce tra l'altro il passaggio delle insegne imperiali per la pars occidentis dell'impero dall'imperatore Costantino al Papa Silvestro. Tra queste insegne troviamo il phrygium, la clamis purpurea, cioè il mantello di porpora, e gli imperialia scectra, che già a partire dal ix secolo cominciano a svolgere un ruolo nei riti d'insediamento del nuovo Pontefice.
La progressiva importanza che si darà al rito di intronizzazione e di coronazione, come pure il fatto che alcune elezioni avvenivano fuori Roma, introdussero, accanto all'atto formale di adozione di un nuovo nome da parte del Papa, l'uso di ammantare, subito dopo l'elezione, con la cappa rubea, o purpurea, il neo eletto Pontefice. Il primo esempio di immantatio si ebbe con Leone IX, eletto a Worms nel 1048. Fu con Gregorio vii che questo rito apparve con certezza a Roma, al momento della sua elezione nel 1073. Tale atto è documentato per Vittore III (1086-1087), Urbano ii (1088-1099) e Pasquale ii (1099-1118).
Guglielmo Durando riferirà nel suo Rationale divinorum officiorum, scritto verso il 1286, che oltre agli ornamenti tipici del vescovo, il Romano Pontefice poteva far uso della corona e del manto di porpora, in quanto l'imperatore Costantino consegnò al beato Silvestro tutte le insegne dell'impero romano: "Su concessione dell'imperatore Costantino, il Pontefice Romano, può portare la clamide purpurea e la tunica scarlatta e tutti gli indumenti imperiali: scettri, stendardi e ornamenti, la croce lo precede ovunque andrà per indicare che a Lui, più che ad ogni altro si confà il detto dell'Apostolo: non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, e perché sappia che deve imitare il crocifisso".
Per tale ragione il Pontefice esibisce tutto questo apparato anche nelle grandi processioni, come un tempo usavano fare gli imperatori. Il rituale di intronizzazione del Romano Pontefice prevedeva, in una forma che si era ormai andata stabilizzandosi, che il priore dei diaconi ammantasse il neo eletto Pontefice con il manto rosso simbolo di potere di origine chiaramente imperiale. Accanto all'uso del manto rosso, come distintivo dell'autorità pontificia, si affianca l'uso della veste bianca. Filippo Bonanni, nella sua opera Della Sacra Gerarchia spiegata nei suoi abiti civili ed ecclesiastici (Roma, 1720), riferirà di una tradizione, abbastanza diffusa ancora nel 1700, che attribuirebbe all'apparizione di una bianca colomba al momento del martirio di san Fabiano la ragione dell'adozione dell'abito bianco del Pontefice. Tradizioni o leggende a parte, l'uso del Pontefice di indossare una veste bianca è antichissimo. Bonanni porta l'esempio di Papa Vittore III, che, eletto nel 1086, fece resistenza a indossare la veste bianca prima della clamide purpurea.
Ancora una volta Guglielmo Durando offrirà quella che da molti è ritenuta l'interpretazione simbolica più completa dei colori bianco e rosso della veste papale: "Il Sommo Pontefice appare sempre vestito di un manto rosso all'esterno, ma all'interno è ricoperto di veste candida, perché il bianco significa innocenza e carità, il rosso esterno simbolizza invece il sangue di Cristo.(...) Il Papa rappresenta infatti la Persona (il Cristo) che per noi rese rosso il suo indumento". La veste esterna, il manto rosso, diviene simbolo del sacrificio di Cristo, la veste bianca rinvia alla purezza dei costumi e alla santità della vita. Durando afferma anche che la veste detta pluviale o cappa si pensa derivi dalla tunica descritta nell'Antico Testamento: come quella era adorna di sonagli, questo lo è di frange, che rappresentano le fatiche e le preoccupazioni di questo mondo. In tale descrizione si trova concorde con quella di Domenico Macri, che nel suo Hierolexicon (Venezia 1765) associa il manto papale e il piviale al mandýa greco.
Il primo cerimoniale papale che si sofferma in modo sistematico su tali vesti del Pontefice è quello redatto per Gregorio X (tra il 1272 e il 1273), mentre gli ordines precedenti ricordano chiaramente solo il colore del manto rosso con il quale il priore dei diaconi ammantava il neo eletto Pontefice. I colori bianco e rosso rendono così visibile ciò che il Papa rappresenta: la persona di Cristo e la Chiesa suo corpo mistico. Tali indumenti e colori, usati fin dal momento dell'elezione del Romano Pontefice, con la loro simbologia cristica e imperiale allo stesso tempo, verranno codificati dai cerimoniali del periodo avignonese (in particolare il cosiddetto cerimoniale Long), da quello dello Stefaneschi, che è stato scritto nella fase di rientro a Roma, e da quello del Patriarca Pietro. Infine, troverà una codificazione precisa nel cerimoniale redatto da Agostino Patrizi-Piccolomini e da Giovanni Burcardo. Questo disporrà che il neo-eletto Pontefice, indossata la veste bianca - di lino o altra stoffa a seconda della stagione - venisse ammantato del manto rosso pontificio dal cardinale priore dei diaconi, conservando la stola indossata secondo il rispettivo ordine di appartenenza, o senza, qualora l'eletto non fosse insignito neanche dell'ordine diaconale, e con la mitra di lama sul capo. Così rivestito il nuovo Papa, posto in trono nel luogo dell'elezione, riceveva la prima obbedienza dei cardinali: rituale, questo, che pur con qualche differenziazione riguardo ai momenti è stato conservato sino a tempi recenti.
Tale veste diveniva così abituale per le occasioni pubbliche e solenni del Papa, non solo in quelle strettamente liturgiche, ma anche quando riceveva l'imperatore e i sovrani in solenne udienza e durante i concistori pubblici per la creazione di nuovi cardinali, per le solenni cavalcate per l'Urbe, in particolare per la presa di possesso di San Giovanni in Laterano, che seguiva la coronazione in San Pietro.
Circa la forma e la foggia del manto e della veste in epoca medioevale si sono fatte molte speculazione e un certo aiuto può venire dal patrimonio iconografico. Bonanni conviene nel definire tale manto rosso come contrassegno della dignità pontificia. Del resto, egli aggiunge che i vocaboli "di manto, cappa e peviale vogliono significare nelli rituali le vesti adoperate dalli Pontefici nelle funzioni sacre e non comunemente", concludendo semplicemente: "se di tal forma o di tal colore si usasse dalli pontefice anticamente non l'ho potuto ricavare appresso alcuno autore, ne riconoscere in alcuna pittura antica posso solo dire che il Pontefice quando era eletto gli si poneva indosso la clamide rossa, altri dicono manto, altri veste pontificia o spesse volte il peviale, come oggi si fa".
Il Papa usava anche una cappa rossa, sul modello di quella dei cardinali, ma aperta davanti e con ampio cappuccio, che durante il periodo avignonese fu foderata di ermellino. Tale cappa era indossata di rado: nel mattutino di Natale, in quelli della Settimana Santa ed in poche altre occasioni. Cadde presto in disuso e fu sostituita dal manto, che il Papa utilizzava ogni qualvolta assisteva alle cappelle papali, usandolo bianco, quando era prescritto tale colore liturgico, e rosso in tutte le altre circostanze. Nel caso di uso della cappa da parte del Papa, non era prevista l'assistenza dei cardinali diaconi.
Il periodo avignonese introdusse alcune novità, non solo nella liturgia papale, con l'introduzione del concetto di "cappella" - da cui nasce, tra l'altro, il tribunale della Rota Romana, formato dai cappellani auditores Domini Papae, a conferma dell'importante ruolo liturgico svolto dai prelati uditori di Rota fino alla riforma della cappella papale attuata nel 1968 in ossequio alla Pontificalis domus di Paolo VI - quale oggi, pur riformato, conosciamo; ma anche nel vestiario del Papa, non discostandosi però sul piano della simbologia dei colori bianco e rosso dal periodo precedente. Tale novità è l'utilizzo della mozzetta.
La mozzetta, veste ecclesiastica propria del Papa e di altre dignità, è aperta sul davanti e viene chiusa con una bottoniera, si porta sulle spalle e copre anche il petto e porzione delle braccia. Solo in quella papale sopravvive un piccolo cappuccio, avanzo di uno più ampio che si portava per coprirsi il capo. La mozzetta, nella foggia che conosciamo oggi, non è veste particolarmente antica in quanto, come sopra accennato, la veste pubblica del Papa era il manto e la veste bianca. Bonanni riferisce che la mozzetta "usasi dal Sommo Pontefice, sempre ed in pubblico sopra la veste talare il rocchetto, chiamato volgarmente camisa romana (di maniche strette sempre di lino bianco e di forma quasi talare), poi reso più corto", e aggiunge che tale corta veste non fosse usata anticamente dai Sommi Pontefici i quali oltre la tonaca bianca ricevevano il manto.
Il cappuccio (mozzetta), il cui uso fu iniziato appunto in Francia, deve intendersi quale aggiunta alla veste abituale del Papa, simile a quella dei cardinali, come annotato in un diario riportato da Bonanni e da Gaetano Moroni nel suo Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica (Venezia, 1857): "erat autem per ea tempora mantellum hoc Pontificis simile omnino cardinalium vesti, quam vulgo dicimus mantellectum, longum tamen ad talos descendens, et rubeum sempre et caputium, quod imponebatur mantelletto, similiter rubrum tale erat, quod caput operiens humeros pectus, et brachia simul integre ambiebat, vestimenti genus ad aeris injurias repellendas per accommodatum, et ad fovedum aptissimum, namet in hyeme variis pellibus fulciebatur. Hoc igitur indumenti genere mantello scilicet et caputio inter proprios lares, est extra etiam in actionibus quibuscuinque non tamem sacris usi Pontifices fere usque ad Leonen x".
Nel sopraccitato diario si aggiunge che se la stagione era calda si deponeva il mantelletto e si usava mantenere il cappuccio (mozzetta) sopra il rocchetto in quanto occorreva conservare al Sommo Pontefice il colore bianco e quello di porpora, per significare la sua somma dignità. Così fu mantenuto, anche al rientro a Roma, l'uso del rocchetto e del cappuccio (ora mozzetta) con l'unito piccolo cappuccio, in ricordo dell'antico, che non si usava più per coprire il capo. Tale funzione era stata assunta dal berrettino ugualmente rosso, il camauro. Domenico Giorgi, nel suo Gli abiti sagri del Sommo Pontefice Paonazzi, e Neri in alcune solenni funzioni della Chiesa, giustificati degli antichi rituali, e degli scrittori ecclesiastici (Roma, 1727), dopo aver affermato che la veste interiore fu sempre bianca, laddove l'esteriore, cioè la mozzetta detta cappa rubea, fu sempre rossa, osserva che i Pontefici non hanno mai avuto l'abitudine di intervenire alle sacre funzioni vestiti di abiti familiari; quindi conviene con Bonanni che il mantello e il cappuccio, abiti non sacri e ignoti agli antichi Pontefici, furono per la prima volta introdotti in Francia a motivo dell'intemperie dell'aria, per cui essi tralasciarono di usare l'antico manto pontificio. Inoltre del cappuccio (mozzetta) si servivano i Papi mentre erano ritirati nelle proprie abitazioni e di fuori ancora, in ogni funzione, ma non in quelle sacre e molto meno solenni con gli abiti familiari, ossia di camera.
Tale abito con la stola pontificia diventerà ben presto l'abito pubblico del Sommo Pontefice, ereditando in tale modo, nelle funzioni extra liturgiche, il valore simbolico del manto rosso e della veste bianca. Le vesti che il Sommo Pontefice suole comunemente usare nelle funzioni non sacre pubbliche saranno descritte da monsignor Landucci, sacrista pontificio del XVII secolo: "Due paia di scarpe rosse, una di panno di lana e l'altro di velluto, con croce ricamata d'oro, con un paio bianche con simile croce, due vesti corte bianche, con l'aggiunta di altre due vesti larghe in coda, che chiamasi falda, la quale vien cinta nei lombi con cingoli di seta rossa e fiocchi oro, rocchetto, cappuccio (mozzetta), berrettino di velluto rosso, cappuccio e berrettino di panno, altro di damasco bianco, ugualmente con berrettino di eguale fattura (tutti questi circondate di pelli bianche di armellino), queste saranno senza pelli durante l'estate ed i periodi più caldi, a ciò si aggiungano due piccoli berrettini (zucchetti), l'uno di panno, l'altro di seta, da mettersi, secondo le occasioni, quando si indossi la mitria o il regno (triregno)".
Dalla seconda metà del 1400 l'uso della stola e della mozzetta divenne sempre più frequente e riservato, insieme al rocchetto, al solo Pontefice, quale segno di giurisdizione. Tale abito andò, come detto, sostituendo il manto in alcuni atti solenni. Tra questi atti, forse il più solenne, in cui si vide la sostituzione del manto con l'abito sopra descritto, fu la solenne cavalcata per la presa di possesso della Arcibasilica del Santissimo Salvatore. Infatti, dopo il possesso di Leone X nel 1513, i Papi terminarono di prendere possesso della basilica Lateranense in mitra, o regnum, e manto papale. Il primo Papa a recarsi in mozzetta e stola per la presa di possesso del Laterano fu Clemente VII, l'altro Papa Medici, nel 1525. Il suo successore Paolo III, fece lo stesso, mentre San Pio V indossò anche la falda minore e così anche i suoi successori.
Inoltre, la simbologia dei colori ritornava anche sui finimenti del cavallo utilizzato dai Pontefici, prima che fosse introdotto l'uso della carrozza, in occasione della prese di possesso e di viaggi. Essi, infatti, cavalcavano un cavallo bianco con una gualdrappa rossa. Già in epoca carolingia si introdusse, inoltre, un gesto carico di simboli: il nuovo imperatore nell'abito delle cerimonie di incoronazione imperiale, in segno di sottomissione e di umiltà, conduceva le briglie del cavallo del Papa, per un breve tratto di strada, lo spazio di un tiro d'arco, ripetendo quanto già fece Pipino il breve con Stefano ii.
Gaetano Moroni e Giuseppe Novaes, come pure altri autori, ricordano che anche quando il Papa si recava alle cappelle dell'Annunziata, di San Filippo e della Natività, a Santa Maria Maggiore, usciva in mozzetta stola e rocchetto. Moroni aggiunge, poi, che tutte le volte che il Papa assume la mozzetta la porta sempre sul rocchetto, la veste, che può essere di seta o di lana a seconda delle circostanze, la fascia con i fiocchi e la stola (tranne in alcuni casi specifici), con l'aggiunta della falda minore, in particolari circostanze.
Una parola più specifica va spesa infine sull'uso della stola del Sommo Pontefice. Il Papa la utilizzava ogni qualvolta compariva in pubblico o per qualche funzione non strettamente liturgica. Tale stola era lunga sino ad un palmo sotto il ginocchio ed è alquanto unita al petto da un cordone formante un nastro, con due croci laterali. "È tutta ricamata con arabeschi, ossia frangi di foglie e fiori, pendendo dalle estremità lunghe frange. Essa è sempre ricamata d'oro, di colore bianco o rosso, secondoché si usa la mozzetta bianca o rossa, come si prescrive nei rituali, alcune volte più, altre volte meno preziosa, usandola nelle solenni cavalcate ricamata di perle. Solo il Romano Pontefice la porta in segno di Suprema dignità e potestà".
All'uso della stola sulla mozzetta si univa sempre quello della croce papale, che portata dal suddiacono apostolico - un uditore di Rota - e accompagnata dai maestri ostiari di virga rubea, precedeva sempre il Papa in ogni uscita che aveva carattere di ufficialità: l'una e l'altra si adoperavano per Roma, nelle chiese, nei monasteri, nelle visite ai sovrani, e via dicendo. Inoltre un tale abito era previsto quando il Papa si recava per l'Urbe senza andare a celebrare messa, oppure quando viaggiava da un città all'altra, approssimandosi ad entrarvi.

©L'Osservatore Romano 14 luglio 2010) [vedi anche: 'Papa Ratzinger Blog']