January 16, 2012

A. Margheriti - La morte del Papa


I riti per la morte del romano pontefice non sempre furono codificati, e se lo erano, non sempre vennero rispettati. Ad ogni modo non sono stati ogni volta omogenei né gli stessi. Più spesso le morti papali furono lasciate alle circostanze e all'improvvisazione. Del resto non in ogni epoca il corpo del papa ebbe l'importanza e le significanze assunte poi nel tempo. Poteva succedere nei primi secoli, ma di fatto anche in seguito e fino alla nostra epoca, che le cerimonie esequiali, se ve n'erano, venivano più che da regole scritte o consuetudini radicate, influenzate dal tipo di personalità e di fama che l'augusto defunto aveva in vita.

Per ricostruire la genesi e lo sviluppo dei riti funebri per la morte del papa, occorre individuare il momento in cui simili cerimonie furono in gran parte codificate, ossia quando si provò a metterle nero su bianco, sino a ricavare un primo “Ordo Exesequiarum”. Dai dati che abbiamo (al momento gli unici che gli storici abbiano reperito), questo momento di formalizzazione e ufficializzazione della sepoltura “con onore” del romano pontefice defunto si colloca nel cuore del Medioevo. La traccia più antica è nella Vita di papa Pasquale II, dal lunghissimo pontificato (1099-1118), che accenna all'esistenza già di un Ordo funebre pontificio autonomo: il corpo morto del papa deve essere rivestito di paramenti sacri prescritti dall'Ordo. Ancora nella Vita di Onorio II (1124-1130) si illustra e si stabilisce la novità nella chiesa romana della sepoltura con “onore” del sommo pontefice, catalogando gli onori da tributagli. Inoltre, il Liber Pontificalis, annovera anche due casi di mancato adempimento delle esequie papali, poiché il corpo del papa “è trasportato dal Laterano al monastero dei santi Andrea e Gregorio da mani laiche: la salma è rivestita solo di brache e camicia, e il feretro privo di lenzuola”.

Il più antico rituale funebre pontificio (1385-90) scritto è quello dal cerimoniere papale Pietro Ameil, che rimase alla corte dei papi sotto tutto il regno di Urbano V (1362-70) e fino alla sua morte, avvenuta a Roma, nel 1401. O meglio: è il primo cerimoniale completo, venuto due secoli e mezzo dopo quello frammentario annoverato nella Vita di Pasquale II. Siamo dunque alla fine del XIV secolo. Così il medievalista Paravicini Bagliani descrive, riassumendo, l'Ordo di Pietro Ameil: “Il testo del Cerimoniale dell'Ameil è il primo nella storia del papato medievale a contenere una descrizione particolareggiata delle modalità cerimoniali da osservarsi durante il trapasso e la sepoltura di un pontefice romano. Comprende un centinaio di articoli, la sezione relativa alla morte del papa costituisce la prima di una lunga serie di appendici all'ordo liturgico che precede quella riservata al Conclave. L'attenzione cerimoniale si occupa, esplicitamente ed ufficialmente, di un arco di tempo che comprende l'ultima malattia del pontefice, gli adempimenti cerimoniali relativi alla preparazione della salma, l'esposizione nella cappella e le esequie ufficiali, nonché il conclave”.

L'Ameil, per primo dà un ordine razionale e regolare alla morte del papa. A questo scopo scinde in tre parti, cioè scagliona in tre “spazi” logistici diversi il succedersi cronologico dei principali uffici funebri intorno al sacro corpo del papa morto. Camera, Cappella, Chiesa.

Il primo spazio è la camera da letto del moribondo, in cui l'Ameil prevede e quasi ordina gesti e parole convenienti all'augusto morente; la camera è il luogo dove, secondo un prestabilito ordine, gerarchico e di suddivisione delle funzioni, il corpo del defunto sarà lavato e rivestito.

Il secondo spazio, la cappella; questo, secondo l'Ameil è il luogo di esposizione pubblica, nonché di visita e di veglia alla salma per curialisti e religiosi.

Il terzo spazio è la chiesa (San Pietro, o in tempi antichi la cattedrale della città dove il papa spirava) 7. Qui saranno celebrati i funerali pubblici e solenni.


Due processioni permetteranno la traslazione della salma dalla camera alla cappella, quindi dalla cappella alla chiesa. Tre luoghi per tre funzioni diverse, quindi. Il tempo che l'Ameil prevede per tutte queste funzioni è di nove giorni. I protagonisti principali, a cui sono demandate responsabilità rituali e amministrative sono: camerlengo, penitenzieri, cardinali.

Questa sarà la base stabile su cui si fonderà da adesso e per i secoli il complesso cerimoniale per la morte e le esequie del romano pontefice. Da questo momento in poi, se modifiche vi saranno, si trattera in genere di aggiunte e non tagli al rituale ameliano; almeno fino al 1870, ossia finchè vi fu un “papa-re”. Quindi, nei capitoli a seguire vedremo distribuiti e sviluppati questi “tre spazi” in una morte papale classica, ipoteticamente senza intoppi e pianificata, una cerimonia per così come dovrebbe essere, ideale.

Parleremo dunque di riti, parole, preghiere, gesti, consuetudini, leggi, cerimoniali, simboli, oggetti e paramenti in uso alla morte del papa fino all’epoca del Concilio Vaticano II… E degli incidenti immancabili a ogni decesso e spesso più puntuali delle stesse cerimonie codificate. Quindi di come, sempre nei secoli, è stato composto e “spoliato”, manipolato e onorato il sacro corpo: lavaggio, sezione, imbalsamazione, vestizione, esposizione, sepolture ed esumazioni; nonché le profanazioni varie ed eventuali.

È di quell’atmosfera che parleremo, di quegli attimi e lunghe ore che precedono accompagnano e succedono l’attimo in cui, in un gesto finalmente umanissimo, il papa apre la bocca per bere l’ultimo respiro di questa terra. Humus perfetto in cui germina, pullula, pulsa, si moltiplica laborioso, mormorante, famelico, schizofrenico sempre mezzo dolorante e mezzo gaudente, macabro e godereccio, orante e sibilante quel microcosmo attorno all’augusto infermo o cadavere, che per secoli ha preso via via il nome di corte o casa pontificia, familia del papa o curia. Composta di cardinali camerlenghi e decani, diaconi e protodiaconi e successori “designati” “favoriti” “papabili”, e -immancabili- cardinali “nepoti”; dunque i maestri di camera e idomestici, cancellieri e protonotari, penitenzieri e guardie nobili, camerieri segreti e sacristi di palazzo, cerimonieri e archiatri pontifici accompagnati sempre rispettivamente da pettegoli e ciarlatani altrettanto “pontifici”. Quindi i “becchini” dei sacri palazzi ossia i francescani, vari monaci, vescovi e gerarchie ecclesiastiche; parenti del moribondo e aristocrazia nera romana, che spesso erano la stessa cosa (vedi i papi Pamphili, Odescalchi, Chigi, Colonna, Caetani, Borghese, Boncompagni-Ludovisi, Altieri, Orsini, Pacelli ecc.), altrimenti comunque accomunati nei secoli, in quei momenti travagliati, dal ladrocinio spasmodico nelle sacre stanze a morto ancora caldo (fu il caso, si narra, di donna Olimpia) e da piani ambiziosi e talora squallidi, nella smaniosa corsa alla successione.


CONTINUARE!